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Recenqualcosa di "Reborn: I Figli di Alba" di Alexandra Rei

5 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 ore fa

Editore: Pav Edizioni

Autoconclusivo (anche se non vorrei)

Pagine: 282


Ci sono distopie che ti fanno pensare «Meno male che è soltanto un libro». E poi ci sono quelle che, mentre leggi, ti fanno venire il dubbio che all’umanità basti davvero poco per imboccare la strada sbagliata. Reborn di Alexandra Rei appartiene decisamente alla seconda categoria.


Nel Regno di Alba, nato dalle ceneri della vecchia Inghilterra, non c’è spazio per l’individualità: il governo controlla le persone, reprime ogni forma di dissenso e decide perfino quali espressioni dell’ingegno umano possano esistere. Libri, arte, libertà e sentimenti diventano minacce da sorvegliare. Insomma, un posto in cui non vorresti vivere neanche in cambio di un affitto conveniente.


È in questo scenario che incontriamo Roxanne, una ragazza che ha scelto di morire ufficialmente per poter continuare a combattere. Ex membro della Guardia Segreta, addestrata a sopravvivere alla Caccia, si ritrova a vivere sotto falsa identità per infiltrarsi nel sistema e contribuire alla sua caduta. Ma la sua battaglia non riguarda soltanto il regime: Roxanne deve fare i conti anche con ciò che si porta dentro, con le ferite del passato e con il bisogno, mai del tutto sopito, di essere riconosciuta e apprezzata da chi avrebbe dovuto farlo per primo. (Sia mai che Alexandra scriva personaggi facilini.)


È proprio questo uno degli aspetti che ho apprezzato di più del personaggio. Roxanne è determinata, sa cavarsela e non è certo il tipo che aspetta qualcuno venga a salvarla. Eppure, essere sopravvissuta non significa aver superato tutto. La sua forza convive con fragilità e contraddizioni che la rendono più interessante di una protagonista semplicemente invincibile. Anche i rapporti che costruisce lungo il percorso contribuiscono a mostrarne lati diversi, tra fiducia, attrazione, amicizia e scelte tutt’altro che semplici.


Il mondo creato da Alexandra Rei è uno dei punti di forza del romanzo. Il controllo sociale non è soltanto una cornice utile a far partire la ribellione: entra nella vita quotidiana, condiziona i rapporti e mostra quanto sia facile trasformare la paura in uno strumento di potere. Le vicende legate agli ESP, persone dotate di capacità extrasensoriali, aggiungono poi una componente paranormale che si integra nella distopia e apre ulteriori interrogativi su diversità, persecuzione e libertà.


Alcuni passaggi sono particolarmente duri, soprattutto quando la pretesa di costruire una società perfetta si traduce nel trattare gli esseri umani come oggetti da controllare, modificare o eliminare. Sono momenti che colpiscono e fanno riflettere senza bisogno di interrompere continuamente la narrazione per spiegarci che cosa dovremmo provare. Perché, diciamocelo, certe cose fanno già abbastanza impressione da sole.


Ho apprezzato anche l’attenzione al linguaggio e ai suoi significati. Le parole, in Reborn, non sono semplici decorazioni: possono custodire memoria, diventare simboli e trasformarsi in strumenti di resistenza. In questo senso, il richiamo alla poesia E morte non avrà dominio di Dylan Thomas acquista un significato particolare, legandosi al desiderio di non lasciare che il potere cancelli ciò che rende le persone umane.


La narrazione procede con un ritmo serrato, pieno di situazioni che spingono a voltare pagina. A tratti, però, corre così tanto che mi sono ritrovata a inseguire gli eventi quasi quanto Roxanne, con la sensazione che qualche passaggio meritasse più spazio. Avrei voluto soffermarmi maggiormente su alcune dinamiche, comprendere meglio certe svolte e avere un po’ più di tempo per assimilare tutto quello che succede. Non perché manchino gli spunti, ma proprio perché ce ne sono parecchi e alcuni avrebbero potuto dare ancora di più se approfonditi.


Anche le riflessioni sulle scelte, sull’identità e sul futuro trovano posto nella storia senza trasformarla in un trattato filosofico. Sono questioni che emergono dalle azioni dei personaggi e dalle conseguenze che devono affrontare, lasciando al lettore il compito di interrogarsi su quanto sia disposto a sacrificare per ciò in cui crede.


E poi arriviamo al finale. Agrodolce, di quelli che ti lasciano con sentimenti contrastanti e una quantità di domande che, personalmente, avrei preferito non dovermi portare dietro. Non posso dire di essere rimasta del tutto appagata, ma posso dire di voler sapere che cosa succederà dopo. E qui lancio un appello ad Alex: io avrei bisogno di un seguito. Non è una richiesta, è una necessità emotiva. Più o meno.


Per concludere, Reborn è una distopia con una protagonista combattiva ma non priva di ferite, un mondo inquietante e una ribellione che mette in discussione il prezzo della libertà. Qualche passaggio avrebbe meritato più respiro, ma la storia riesce a mantenere alta la curiosità e a lasciare parecchi spunti su cui riflettere anche dopo aver chiuso il libro.


E adesso scusate, torno a manifestare per il sequel. Perché se c’è una cosa che questa lettura mi ha insegnato, è che fingere di essere morti può essere utile per combattere una dittatura, ma non serve a niente quando sei tu quella lasciata in sospeso da un finale.







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