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Recenqualcosa di "Un Eremita da Accogliere" di Nora Phoenix

17 set
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 11 ore fa

Selfpublishing

Vol 7 di 7

Pagine: 421


Io vorrei sapere chi ha dato a Nora Phoenix il permesso di prendere due uomini adulti, pieni di problemi, metterli in una cittadina dove apparentemente tutti conoscono tutti e trasformare il tutto in una seduta collettiva di terapia emotiva. Perché Un Eremita da Accogliere è esattamente questo.


Solo che è anche una storia d’amore. E una storia di famiglia. E di seconde possibilità. E di persone che, a un certo punto della propria vita, si rendono conto che continuare a sopravvivere non è esattamente la stessa cosa che vivere. E io, ovviamente, sono qui a fare finta di non essermi commossa in diversi punti.


Da una parte abbiamo Mac.

Mac è un veterano che vive praticamente come un orso in letargo su una montagna, lontano da tutti, perché è convinto che stare lontano dalle persone sia il modo migliore per proteggerle da lui stesso. Ha costruito una vita fatta di silenzio, solitudine e lavori da fare con le mani, probabilmente perché affrontare i propri sentimenti è molto più complicato che ristrutturare un campeggio. Il problema è che Mac non è solo. Ha un figlio che gli manca da morire e una famiglia da cui si è allontanato pensando di fare la cosa giusta.


E qui arriva Arek. Medico, padre single, due figli adolescenti e una quantità di responsabilità che se le avesse messe in una lista probabilmente avrebbe dovuto allegare un secondo foglio. Arek è quello che deve sistemare tutto. Quello che aiuta tutti.

Quello che si accorge se qualcuno ha bisogno di qualcosa prima ancora che quella persona lo sappia. Quello che, naturalmente, non si accorge che forse sarebbe il caso che qualcuno si occupasse ANCHE di lui.


Perché evidentemente nella letteratura MM abbiamo stabilito che due uomini emotivamente distrutti non possono semplicemente incontrarsi e prendere un caffè.

Devono prima passare attraverso il trauma, la paura, il senso di colpa, l'isolamento, la famiglia, l'autodistruzione e una quantità di conversazioni capaci di farmi rivalutare la mia stessa capacità di comunicare con gli esseri umani. E la cosa che ho amato di più è che tra Mac e Arek non succede tutto in cinque minuti.


Niente “ti ho visto dall'altra parte della stanza e adesso sei l'amore della mia vita”. Questi due si conoscono. Si osservano. Diventano amici. Si fanno spazio. Imparano lentamente a fidarsi. E poi, quasi senza accorgersene, si ritrovano a essere importanti l'uno per l'altro.

È una relazione che cresce piano, ma non perché l'autrice stia tirando per le lunghe la storia: perché questi due uomini hanno bisogno di tempo.


Mac deve capire che chiedere aiuto non significa essere pericoloso.

Arek deve capire che prendersi cura degli altri non può significare sparire completamente da se stesso.


E in mezzo ci sono i figli.

Che, grazie al cielo, non sono i classici ragazzini inseriti nella storia solo per creare drammi artificiali. Sono personaggi veri, con le loro reazioni, i loro dubbi, le loro simpatie e soprattutto con una capacità di leggere gli adulti che in certi momenti mi ha fatto pensare che forse dovremmo semplicemente affidare a loro la gestione di qualche relazione sentimentale.


Boden, in particolare, mi ha spezzato il cuore.

Perché il rapporto con Mac non viene risolto con un abbraccio e due frasi strappalacrime.

C'è rabbia. C'è dolore. Ci sono cose che devono essere dette e soprattutto c'è la necessità di ricostruire qualcosa che si è rotto. Ed è proprio questo che ho trovato bello: nessuno viene magicamente “aggiustato” dall'amore.


Mac non guarisce perché arriva Arek. Arek non smette di crollare perché arriva Mac.

Si aiutano, sì, ma devono comunque fare il lavoro difficile su sé stessi. E questa cosa, per me, fa una differenza enorme. Poi c'è il tema della scoperta della propria attrazione per un uomo, che viene trattato con una naturalezza che se da un lato ho apprezzato molto, dall'altro avrei voluto fosse approfondita maggiormente, perché si, Mac accetta di essere bisessuale ma, secondo il mio parere, un uomo che passati i cinquant'anni si scopre bisessuale ci spenderebbe più tempo. Si farebbe qualche pensiero in più nell'analizzarsi.


Nessun melodramma infinito, nessuna crisi esistenziale lunga quanto la Divina Commedia. È semplicemente qualcosa che Mac scopre di sé e che deve imparare a comprendere. E forse è proprio questa la parola che mi viene in mente pensando a tutto il libro: comprendere. Comprendere l'altro. Comprendere se stessi. Comprendere che una persona può aver fatto qualcosa di sbagliato senza essere irrimediabilmente sbagliata. Comprendere che tornare indietro non significa necessariamente tornare a essere quelli di prima.


E sì, a questo punto vi starete chiedendo: ma allora dov'è l'ironia?

Ragazz*, sono due uomini over 40 che hanno bisogno di una quantità industriale di terapia, comunicazione e buon senso e che nel frattempo devono gestire figli adolescenti, lavoro, traumi e una relazione che cresce alla velocità di un bradipo.

L'ironia è già tutta lì.


Ma soprattutto c'è Forestville. È una cittadina che considero praticamente una casa vacanze emotiva. Perché c'è certezza che fra quelle strade qualcuno ci farà affezionare, qualcuno ci farà arrabbiare e qualcuno ci costringerà a tirare fuori i fazzoletti. In questa storia sono stati Mac e Arek. E devo dire che, tra tutti i “broken men” che ho incontrato nei romance, questi due mi sono piaciuti proprio perché non hanno bisogno di essere salvati da qualcun altro. Hanno bisogno di qualcuno che rimanga, hanno bisogno di qualcuno che li spinga a volersi salvare.

E a quanto pare era esattamente quello di cui avevo bisogno anch'io.


Una cosa che non ho apprezzato completamente è la risoluzione del rapporto fra Mac e suo figlio, che ho trovato eccessivamente idilliaca. Trovo estremamente difficile che un ragazzino di sedici anni che si ritrova davanti un uomo che non vede da anni accetti senza alcun tipo di eccesso emotivo che suo padre se ne fosse andato, che ora sia un individuo completamente diverso e che negli anni della sua assenza sia stato vicino ad altri due ragazzini. Secondo me, troppo utopico e questa mancanza, per me, di veridicità, mi ha un po' rovinato il momento finale.









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