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Recenqualcosa di "The Scottish Boy" di Alex De Campi

Editore: Triskell Edizioni

Autoconclusivo

Pag: 485


Parliamo di un romanzo che sulla carta promette tutto: cavalieri medievali, intrighi politici, guerra tra Inghilterra e Scozia, un enemies-to-lovers queer… anche se forse non funziona tutto perfettamente.


Siamo nel XIVsec, con Sir Harry de Lyon, scudiero inglese che viene nominato cavaliere in maniera inaspettata ed è pronto a diostrare ad ogni costo il proprio valore. Finisce subito coinvolto in una missione un filo discutibile: rapire un ragazzo scozzese. Perché? Chi è? Nessuno gli dice nulla solo che il ragazzo va tenuto nascosto, vivo (che non vuol dire in salute o protetto) e che non gli serve sapere altro.


E qui entra in scena Iain, giovane, arrabbiato, selvatico e — giusto per complicare le cose — con ottime ragioni per odiare tutto ciò che Harry rappresenta. Come dargli torto? In una notte vede morire la propria famiglia e si trova in una gabbia in direzione della tenuta di Harry che si, sembra mostrargli maggior gentilezza rispetto agli altri suoi carcerieri ma, suvvia, un carceriere resta un carceriere.


E tu, lettore ingenuo, pensi: perfetto, tensione, conflitto, odio, vendetta, crescita emotiva lenta e dolorosa. Slow burn, sarà difficile, ci vorranno un sacco di passi nel loro cammino per arrivare a un respiro di sollievo. Invece il passaggio da “ti odio” a “ti desidero intensamente” avviene con una velocità che farebbe impallidire anche il Wi-Fi in fibra. Il conflitto c’è, certo, ma dura poco, dura davvero troppo poco e spesso i loro conflitti si risolvono in maniera molto... orizzontale. Il problema è che anche i conflitti interni, tipo quelli di Harry, vengono risolti senza troppo impegno.


Harry è il classico bravo ragazzo medievale: onorevole, gentile, un po’ ingenuo, convinto di fare sempre la cosa giusta anche quando, tecnicamente, sta partecipando a invasioni e sequestri di persona. È uno di quei protagonisti che vorrebbero essere moralmente complessi, ma alla fine restano più o meno sempre nella zona “eh dai, in fondo è buono”.


Iain invece, non è così piatto, è rabbia pura all’inizio: feroce, diffidente, con un trauma grande come una fortezza scozzese. Ed è proprio lui che potrebbe rendere la storia davvero interessante… se non fosse che, a un certo punto, anche lui sembra ricordarsi che siamo in un romance e quindi bisogna romanzare. Peccato, perché il suo percorso mi stava piacendo davvero tanto.


E così la loro relazione procede tra alti, bassi. Alti altissimi e bassi bassissimi. Quando si potrebbe credere che vada tutto bene... Tutto va a rotoli. L'ambientazione è intrecciata nella politica medievale, nei tornei cavallereschi, nelle guerre e negli intrighi tra nobili che corrono fra Inghilterra, Scozia e Francia. Ed è ricca, viva, piena di dettagli su vita quotidiana, combattimenti, gerarchie sociali… insomma, funziona.


Lo stile mi ha lasciata perplessa: a tratti molto evocativo, quasi poetico, a tratti incredibilmente moderno — tipo personaggi del Trecento che sembrano avere momenti di consapevolezza emotiva degni di una terapia contemporanea. Il risultato è un mix un po’ strano: sei nel Medioevo, sì, ma ogni tanto ti sembra che qualcuno stia per tirare fuori uno smartphone. Poi c’è tutta la questione della profondità emotiva. Il libro introduce temi potenzialmente fortissimi: guerra, perdita, identità, potere, squilibri nelle relazioni… ma spesso li sfiora senza davvero affondare il colpo. Le conseguenze arrivano, ma non sempre restano. I conflitti esistono, ma raramente lasciano cicatrici durature.

E quindi ti ritrovi a leggere una storia che potrebbe essere devastante… ma sceglie di essere, più spesso, coinvolgente e un po’ caotica, piuttosto che davvero incisiva.


Questo però non significa che non funzioni.

Perché The Scottish Boy ha anche un lato molto chiaro: è una lettura appassionata, piena di drama, con personaggi facili da seguire, una relazione intensa e un’ambientazione medievale che — tra un torneo e un intrigo — riesce comunque a catturare.

È il tipo di libro che o ti prende completamente, facendoti divorare pagine tra sospiri e “ok, ancora un capitolo”… oppure ti lascia con quella sensazione di “mi aspettavo qualcosa di più profondo, ma mi sono comunque divertito”.

In definitiva, è un romance storico queer ambizioso, imperfetto, a tratti eccessivo, a tratti sorprendentemente tenero… e con una personalità molto chiara: non sarà sempre sottile, ma di certo non passa inosservato.

E se entri nella storia con le giuste aspettative — cioè cavalieri, tensione emotiva e una buona dose di intensità — potresti anche trovarti a chiuderlo pensando:“ok, forse non è stato perfetto… però mi ha intrattenuto eccome.”








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