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Recenqualcosa "Il Sangue dei Baroni" di Matteo Strukul

8 ott
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 7 ore fa

Editore: TimeCrime

Autoconclusivo

Pagine: 280

Ci sono ambienti nei quali uno immagina che la cosa peggiore che possa capitare sia un professore che ti boccia all’esame. Poi leggi Il sangue dei Baroni e scopri che, all’Università di Padova, forse conviene preoccuparsi anche di essere eliminati fisicamente.


Matteo Strukul prende il mondo accademico, lo guarda molto attentamente e sembra chiedersi: «Come posso rendere tutto questo ancora più inquietante?». La risposta è: metti insieme ambizione, potere, ricatti, sesso, corruzione, vendetta, omicidi e un serial killer. Evidentemente la vita universitaria aveva bisogno di un po’ di movimento.


Al centro della storia c’è Daniele Capovilla, un ricercatore che si trova a fare i conti con un sistema nel quale merito e capacità non sembrano essere necessariamente le carte più importanti da giocare; in fin dei conti siamo in Italia. Quando l’ennesima porta gli viene chiusa in faccia, però, Daniele decide di non stare più a guardare.

E da quel momento la situazione precipita.


Una delle cose che ho trovato più interessanti del romanzo è proprio l’ambiente nel quale Strukul decide di muoversi. Non serve costruire un’organizzazione segreta dall’altra parte del mondo per parlare di potere: basta entrare in un’università e osservare cosa succede quando carriera, prestigio e interessi personali diventano più importanti delle persone.


Il romanzo porta tutto questo all’estremo e lo trasforma in un thriller nero, ma dietro la parte più violenta rimane una riflessione piuttosto amara sulle gerarchie e sui rapporti di forza. Perché sotto la cultura c’è l’ambizione, sotto l’ambizione ci sono gli interessi e sotto gli interessi, beh… diciamo che comincia a scorrere parecchio sangue.


Strukul costruisce una storia corale nella quale ogni personaggio sembra avere qualcosa da perdere e, soprattutto, qualcosa che non vuole assolutamente venga scoperto. Carlo Alberto De Marchi è probabilmente quello che più incarna il lato oscuro di questo sistema: potente, arrogante e disposto a utilizzare il proprio ruolo e le proprie conoscenze per mantenere il controllo.


Daniele, invece, rappresenta chi quel sistema lo subisce e, a un certo punto, decide che forse è arrivato il momento di smettere di incassare. Ed è proprio il gruppo di personaggi a rendere interessante il romanzo, perché nessuno sembra muoversi per motivazioni completamente limpide. Ognuno ha qualcosa da ottenere, qualcuno da superare o una posizione da difendere, e più la storia procede più diventa evidente quanto sia facile oltrepassare il confine tra ambizione e ossessione.


Il potere, qui, non viene raccontato come qualcosa di astratto. È molto concreto. È nelle mani di chi decide chi può andare avanti e chi deve fermarsi, di chi può permettersi di sbagliare e di chi invece deve accettare compromessi per continuare a giocare la propria partita. E quando qualcuno decide di smettere di accettare le regole, il problema non è più soltanto chi vincerà. È capire fino a dove sarà disposto a spingersi.


A complicare ulteriormente le cose arriva anche il serial killer che terrorizza Padova. Il romanzo intreccia così la guerra interna all’ambiente accademico con una scia di omicidi che porta la tensione su un piano completamente diverso.


Da una parte ci sono persone disposte a tutto pur di conquistare una posizione. Dall’altra qualcuno che sembra aver trasformato l’omicidio in una vera e propria modalità di comunicazione. E mentre questi fili iniziano ad avvicinarsi, la storia assume sempre più quell’atmosfera cupa e malsana che le appartiene fin dalle prime pagine.


Ma se c’è una cosa che voglio sottolineare particolarmente è la scrittura.

Perché Il sangue dei Baroni è scritto in maniera tanto cruda quanto lo sono i suoi personaggi. E questa, per me, non è una semplice caratteristica stilistica: è una delle cose che rendono il romanzo coerente. È un thriller nero, sporco e volutamente scomodo. E credo che la sua forza stia proprio nel non voler essere più pulito di ciò che racconta.


Strukul non prende personaggi sporchi di ambizione, violenza, sesso, rabbia e desiderio di potere e poi li racconta attraverso una prosa educata, levigata e rassicurante: non ne avrebbe senso. La sua scrittura è diretta, tagliente, a tratti brutale. Quando deve mostrare qualcosa di sgradevole, non sente la necessità di metterci sopra una coperta per renderlo più accettabile. Quando i personaggi diventano feroci, anche la narrazione sembra seguirli su quel terreno. E questo si percepisce soprattutto nelle scene più dure.


Non ho avuto la sensazione di leggere una storia nella quale la violenza fosse semplicemente utilizzata per creare effetto. È parte dell’atmosfera e del modo in cui Strukul ha scelto di rappresentare le persone che popolano questo romanzo. Alcuni sono talmente meschini, arroganti o manipolatori che la voglia di prenderli a schiaffi arriva piuttosto facilmente.


Ma non sono lì per essere amati. Sono lì per raccontare un certo tipo di umanità, e Strukul non cerca di renderla particolarmente piacevole da guardare. In questo romanzo non sai da che parte stare, probabilmente perché non c’è una vera parte in cui stare. Mi è piaciuto poter osservare questo piccolo ecosistema senza che la storia cercasse continuamente di dirmi chi fosse il buono e chi il cattivo. Nessuno è mai completamente innocente e, man mano che gli eventi si complicano, anche le posizioni più nette iniziano a sfumare.


Anche il ritmo contribuisce parecchio alla lettura. La storia procede senza perdersi troppo in deviazioni e le diverse vicende finiscono per alimentarsi a vicenda. La componente thriller mantiene alta la curiosità, mentre quella più legata all’ambiente universitario dà al romanzo una dimensione diversa dal semplice “chi è l’assassino?”.

Perché sì, naturalmente vogliamo sapere chi è il serial killer. Ma nel frattempo vogliamo anche seguire tutte le varie sottotrame accademiche e capire dove porteranno.

E, soprattutto, quanto può essere pericoloso qualcuno che non ha più niente da perdere.


Ho apprezzato anche il fatto che Padova non sia semplicemente uno sfondo. La città diventa parte dell’atmosfera del romanzo, contribuendo a quel contrasto tra l’immagine rispettabile e ordinata dell’ambiente universitario e tutto ciò che si muove dietro le quinte.

Alla fine, Il sangue dei Baroni mi ha lasciato soprattutto la sensazione di aver osservato da vicino un ambiente nel quale il prestigio può diventare una forma di controllo e nel quale, quando nessuno mette davvero in discussione le regole, le conseguenze possono diventare decisamente più pericolose di quanto si immagini.

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E dopo aver passato qualche centinaio di pagine tra baroni universitari, vendette, ricatti e cadaveri, una cosa l’ho capita con assoluta certezza: se qualcuno mi proponesse di fare carriera all’università, prima voglio sapere dove sono le uscite di sicurezza.



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